
The Steelfingers L'album di debutto dei capitolini Steelfingers arriva dopo un paio di buoni EP. Prendendo a prestito il titolo della cover dei Dictators che piazzano come ultima traccia (Who Will Save R'n'R) mi corre l'obbligo di chiarire subito che non saranno certo loro a salvare il r'n'r. Ma è altrettanto certo che questi 11 pezzi hanno tutte le caratteristiche per rendere meno tristi le nostre vite fatte di routine e perenni incazzature. Merito di un punk-rock melodico, che sovente fa inversione a U nel soul'n'roll, eseguito coi fiocchi e un cuore che pompa sangue e adrenalina. La doppietta Not Another Mover e Cheap Shoes Glory è indicativa in tal senso: aria fresca che ripulisce fegato e polmoni dagli stravizi di troppo. Il riff e i coretti da stadio di H.C.T. così come il glam'n'roll di Do The Romp sono roba semplice, quasi scontata, eppure dannatamente micidiale. Manuel Graziani (Rumore)
|
Cominciamo dalla fine,
ovverosia dalla cover dei Dictators, un particolare in grado di spiegare più di
mille parole o, meglio, una dichiarazione d’amore che traccia una precisa linea
di continuità tra la formazione capitolina e i terribili newyorkesi.....
Si farebbe, però, un enorme
torto agli Steelfingers qualora se ne sottovalutassero la personalità e
l’incredibile energia con cui riescono a riportare in vita l’originale spirito
del rock’n’roll più bastardo, quello propagatosi tra Detroit e ..la Grande Mela.. vari decenni orsono: innanzitutto perché dentro queste undici tracce confluiscono
innumerevoli ingredienti a rendere decisamente piacevole e movimentato il
tragitto, in secondo luogo perché il suono esce dalle casse con una naturalezza
e fluidità a dir poco disarmanti. L’utilizzo di un termine come freschezza nel
descrivere certi suoni apparirà come una contraddizione in termini, eppure è Michele Giorgi - Audiodrome.it |
|
|
|
|
Via Prenestina, downtown Detroit, gli studios di Piazzale Clodio, proprio alla periferia di Melbourne e Ostia Beach, lungomare di Orange County. Senza dimenticare un pò di notti folli in NYC, qualche pub scandinavo molto riscaldato e magari una puntatina a Camden Town....come cazzo si fa ad essere "dentro" i volti rock'n'roll di tutti questi posti, probabilmente senza esserci mai stati? Mistero...è la globalizzazione bellezza! Però credo che anni di ascolti, letture, prove in cantina, palchi, possano produrre il miracolo di un gruppo assolutamente romano ed internazionale, senza sbavature o eccessive ingenuità. Gli Steelfingers, qui al primo full-lenght dopo un paio di demo riescono in questa impresa: non sono i primi italici a realizzare una roba di questo tipo, del tutto priva di concessioni al miserabile gusto nazionale (a casaccio: Sick Rose, Not Moving, Bohoos, primi Gang oppure più recentemente Peawees e Killer Klown); sorprende tuttavia che OGGI questo sia ancora possibile e desiderabile e che ciò avvenga con ottimi risultati. Sorprende che tra lavori di merda, famiglie e affitti da pagare, amori turbolenti e "mucillagine" sociale (Censis docet...) cinque giovani uomini abbiano ancora voglia di rock'n'roll e abbiano voglia di farlo in inglese, mettendoci passione e competenza. Il disco suona perciò omogeneo e coeso, rappresentando una sintesi "alta" di molti umori e sottogeneri amalgamati in un suono pulito e aggressivo, cui solo a tratti è forse possibile imputare un'eccessiva enfasi, in particolare canora (restando peraltro proprio la voce, insieme alle chitarre, tra i punti di forza della band). Il frullato è gustoso e ricco: rock'n'roll, garage, R'n'B, street rock con un tocco di beat e qualche aroma californiano danno vita ad una peculiare forma diciamo di "soulpunk'n'roll" che si abbevera alle sue proprie fonti ed alle aree sonore contigue senza perdere in potenza e aquisendo spessore "rock" tout court. Il riferimento, per certi aspetti obbligato, al rock scandinavo di Hellacopters e Gluecifer e -nel caso dei nostri- soprattutto Nomads non rende però giustizia agli Steelfingers: qui c'è meno hard (anzi non c'è affatto) e molto più di tutto il resto: dal rock'n'roll con il ciuffo di Eddie Cochran di "Bitter life" al Bellrays sound (non a caso i nostri gli han fatto da "spalla") di "Do the romp", dal Wilson Pickett punkizzato di "Cheap shoes glory", all'incontro tra Jam e Flaming Sideburns di "The City", senza dimenticare il gande Bob Seger rivitalizzato con tonnellate di (fate voi...) in "Not another mover". Il disco si conclude con l'unica cover, non vi diciamo quale, ma è strepitosa e proviene dai Dictators, altra influenza primaria. Il tutto dimostra che c'è ancora vita, oltre le decine di nomi che ogni mese si affacciano su una "scena" inconsistente, nutrita a fuffa e glamour, priva di memoria e radici, orfana di modelli e perciò insapida. Che dire ancora? Grazie Steelfingers.
|
The Steelfingers live @ Traffic 6-10-'07
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|